Jean Montalbano

Alvin Lucier, lezioni

Alvin Lucier Musica 109. Lezioni sulla musica sperimentale. Shake 2026 | Dries Tack In Memoriam Alvin Lucier. Sub Rosa 2025

Confesso e un po' mi rammarico, di non aver mai tenuto testa per un tempo sufficiente alle sfide percettive dell'arte sonica di Lucier, fin da quando, grazie alla benemerita collana "nova musicha" di crampsiana memoria, mi si parò, sfidante, negli scaffali di dischi il suo esordio, se la memoria non falla, Bird and Person dyning. Con l'Italia Lucier ebbe precoce consuetudine avendovi trascorso parecchi mesi (tra Venezia e Roma) agli inizi degli anni sessanta, anni in cui il belpaese non era ancora ridotto ad espressione gastro-turistica, quando, come racconta in questo Music 109: Notes on Experimental Music, al teatro La Fenice David Tudor prendeva le misure al pianoforte mentre Cage e compagni leggevano istruzioni tra le urla del pubblico indispettito. Quella performance sconvolse Lucier che venne colpito nelle sue certezze di pur felice detentore di una borsa di studio Fulbright e, ferito nella formazione neoclassica, smise di scrivere musica per un anno. Durante quel paradossale Grand Tour, passò per lo Studio di Fonologia della Rai milanese, due anni dopo che Cage, aiutato da Marino Zuccheri, vi aveva realizzato Fontana Mix, il suo ritratto della città. Ne risultò in Lucier un nuovo interesse per la tradizione sperimentale americana, fino ad allora trascurata, e la scelta di intravedere il proprio futuro nell'ascolto ravvicinato del suono (secondo la lezione di Feldman) prima ancora che esso venga preso in carico da un compositore e senza gli aromi mistici del deep listening. Già nel 1964 con Cage soffiava palloncini da inserire nel piano di For 1,2 or 3 People di Christian Wolff e cominciando, da severo esploratore acustico, dalle onde alpha amplificate emesse dal cervello e rilevate da elettrodi sistemati sulla testa all'esecutore, continuerà nei decenni seguenti a dettare protocolli per la costruzione di situazioni acustiche dedite a estorcere ad un ambiente la sua improbabile melodia o, quantomeno, a disegnare spazi ad orecchio.

Nel libro, originato dal quarantennale incarico di docente-divulgatore alla Wesleyan University, Lucier lascia sullo sfondo la propria carriera compositiva offrendo come una ghirlanda di prime volte, istantanee prese da spettatore o interprete, di tante opere di nuova musica americana dovute a nomi più noti del suo al pubblico extracolto: Reich, Riley, Ashley, La Monte Young, Glass, Rzewski, Wolff. Con loro condivide una volontà di de-comporre e semplificare attraverso la riduzione dei componenti facendo con uno dove prima si faceva con otto e aggiungendovi il suo ascolto dei suoni e dell'acustica ambientale potenziato dalle risorse elettroniche: "la tecnologia è il nostro paesaggio ed non faccio che rispondere al paesaggio del mio tempo". Non tutto è convincente in tanto massimalismo riduzionista (lasciar andare i suoni, evitare ogni impulso espressivo, soprattutto niente sentimenti) ma quando la partitura si asciuga nella prosa lineare di un foglio d'istruzioni e l'esecutore trascolora in dispositivo tecnologico, saranno l'unicità dell'ambientazione e la risposta delle onde vibrazionali, sostiene Lucier, a ricompensare con la sorpresa dell'inatteso, tranquillo potere fugace e impercettibile del suono. Più prosaicamente, a stupirsi come la volta in cui scoprimmo il suono dell'oceano nella conchiglia accostata all'orecchio.