Wolf Bruno

L’arte cruda 18 (Camatte)

Nel 1974 i Cahiers Spartacus - una durevole collezione di opuscoli realizzata da René Lefeuvre, antistalinista che negli anni Trenta si avvicinò alla SFIO, in particolare alla corrente di Marceau Pivert e di “Bataille socialiste” – pubblicavano un’antologia di testi ricavati da articoli e conferenze di Amadeo Bordiga dove spiccava la difesa della continuità del pensiero di Karl Marx dai Manoscritti del 1844 ai lavori successivi, messa in discussione proprio in quegli anni da Louis Althusser con la distinzione fra l’umanista hegeliano e il materialista dialettico. Il quaderno (n58, serie b) era curato da Jacques Camatte (1935-2025) il quale, attivo nella Fraction Française de la Gauche Communiste Internationale e nel Partito Comunista Internazionale, entrò fin dal 1954 in rapporto epistolare con Bordiga: “Sulla scorta di A. Bordiga noi affermammo l’invarianza della teoria marxista — teoria del proletariato — fin dal suo sorgere nel 1848; ciò ci condusse a cercare di sviluppare tutti i possibili contenuti in questa teoria”. In quanto osservatore critico della realtà, il vecchio comunista napoletano – se si escludono arrischiate previsioni -  aveva indubbiamente dei numeri che sapeva alimentare in efficaci stesure che non escludevano spirito e arguzia, ma si trattava in fin dei conti – giustificata da spunti teorici -  di un’attenzione poco o per niente coinvolta nella banale concretezza dei fatti. Eppure quando dopo l’antologia dei Cahiers Spartacus la motivazione di Camatte nel prender le distanze dal “maestro” fu quella di accusarlo paradossalmente di “attivismo”. 

Tale condotta era la stessa di teorici ben più influenti di Camatte come i “francofortesi” e, in un ambito differente, all’epoca di Cavalcare la Tigre (Scheiwiller, 1961) e anche prima, quella di Julius Evola con doloroso accoglimento da parte di alcuni seguaci. In una certa misura proprio l’atteggiamento evoliano di palesarsi stranieri nel mondo attuale (non una novità in ogni caso) è più di altri paradigmatico del distacco Camattiano dalle cose del mondo per mantenersi puro al momento della restaurazione della “comunità umana”, o meglio, all’avvento di una nuova comunità. “È la vera disgregazione del conflitto tra uomo e natura, tra l'uomo e l'uomo, l’autentica soluzione del conflitto tra l'essere e l’esistenza, tra la reificazione e l'identità, tra la libertà e la necessità, tra l'individuo e la specie”, scriveva Marx nei Manoscritti economico-filosofici del 1844.

Il Capitale alla comunità degli uomini ha sostituito la sua, dal momento in cui è diventato “totale” (non è tanto in questione il dispotismo quanto il suo costituire l’intera comunità) gli uomini non son più davvero “umani”, son separati da sé stessi, alienati. Alla perdita dell’”essenza comune” (come la  gemeinwesen è anche trasposta alla maniera di Marx) dove si trovano esattamente gli uomini? Sono parte della natura o i suoi dominatori? Corriamo il rischio dell’estinzione? Sono queste le angosciose domande che portano Camatte a vagheggiare una soluzione oltre il classico comunismo, in una nuova specie comunitaria che dovrà succedere all’Homo in definitiva ben poco Sapiens, così come a Bordiga come punto di riferimento Camatte farà succedere i paleontologi. Su questa strada non sarà seguito (almeno non fino alle estreme conseguenze) dai compagni di viaggio, oggi tutti scomparsi, degli anni Sessanta-Settanta, i Debord, i Collu, i Cesarano vuoi perché prigionieri della propria ortodossia, vuoi perché genuflessi alla chiesa romana, vuoi perché prematuramente scomparsi col suicidio. Scomparsi sono anche Gianni Carchia e Mario Perniola che da Torino scendevano a Savona per incontrarlo quando era ospite di un a suo modo geniale fanatico della “tipografia” radicale, Valentino Campi.

Michele Garau dell’Università di Torino all’opera di Jacques Camatte ha dedicato Lo Scisma da un mondo che muore (Machina, 2024) che nella scelta del titolo allude sia al percorso dell’esaminato sia forse alle ancora possibili soluzioni rivoluzionarie quando ci si separi radicalmente dall’attuale moribonda stella che abitiamo. Un’idea non troppo diversa da quella dell’ottimistica ”estate dell’amore” del 1967 per quanto il lessico sia improntato al pessimismo. È lo stesso lessico che caratterizza una buona parte dei tranquilli rivoluzionari dell’oggidì, opportunamente separati dai problemi concreti magari grazie a un buon impiego statale, probabilmente nella scuola, ma sensibili a ogni verdetto che si colori di vago però suggestivo misticismo millennaristico nel quale vigerebbe secondo Pierre Clastres, per tenersi sul piano della paleontologia, l’inimicizia, altro che la gemeinwesen!

Garau si tiene ben lontano da simili conclusioni e sembra mettere la sua analisi al riparo dello scudo di Dionys Mascolo, l’amico nella promiscuità di Morin, Antelme e Duras già espulso dal PCF che André Breton  apprezzò per il suo saggio sul comunismo (e Mascolo l’avrebbe ricambiato così: “lui solo, tra le due guerre, è stato capace di stabilire, con un rigore che nulla può dire sia stato superato, esigenze che sono sia quelle del pensiero puro sia quelle della parte immediata dell'uomo”).

La frase di Mascolo che Garau mette ad epigrafe per cominciare il suo libro suona in questo modo: “La natura economica è ciò che per definizione passa inosservato. Spontaneamente lo si confonde con tutto ciò che è. Essa è la realtà stessa. Da ciò deriva che tutto ciò che è sia contaminato di menzogna. Ciò che sfugge alla menzogna è poca cosa”.  Personalmente avrei messo la seguente, penso più congrua (e in larga misura “bordighista”): “l’uomo di sinistra è privo d’identità perché la sinistra è priva di concetto”. Mascolo, che fu prima di liberarsene intossicato dal castrismo reputava la diade destra-sinistra come figlia dell’umanismo borghese.