Wolf Bruno

Arte cruda n.19 (esistenzialismo a ruota libera)

Che quella cosa chiamata realtà non sia una parodia, come in fin dei conti gli idealisti vorrebbero farci credere, è evidente, tanto per dire, quando si prova dolore, una parola anche questa col rischio della vaghezza, a meno che non la si concepisca quale sozzura, paradigma dell’oscenità della vita. La vita. Non è raro affezionarvisi e magari ritenerla il campo di applicazione delle nostre idee, quelle idee che sarebbero le stesse a crearla e ricrearla di continuo, sempre imperfetta lasciandoci irrealizzati. Quando non ci ha pensato la filosofia a diffondere certi argomenti ci ha pensato la letteratura, che poi è un’altra versione della filosofia. Fatto sta che se al posto delle idee mettiamo la ragione non ci viene da notare alcun cambiamento. È anche vero che attraverso la Ragione non meno che con l’Esperienza conseguiamo un principio di Realismo che ci fa concepire un’idea (“la bontà”, per esempio) indipendentemente dalla singola applicazione.

A essere realisti ci si ritrova differenziati fra illuministi e romantici, una di quelle caratterizzazioni che dovrebbero attraversare gli individui, le epoche, i gusti, le regole, spingendo ognuno a chissà quali obblighi di serietà, giustizia e patti sociali. Non so perché ma mi viene da pensare alla musica che dalla sua scrittura matematica e logica viene spinta alla rarefazione dell’ascolto, dei movimenti che suscita, della parlata intimistica di uno strumento e degli strumenti nel loro complesso. Anche il più sicuro dei materialisti, penso a Diderot, davvero non è possibile leggerlo come romantico solo perché litigò con Rousseau, il romantico avant la lettre? E le sue teorie sulla bellezza insieme alla Lettera sui ciechi? E I gioielli indiscreti? E La religiosa? Che dire poi di Sade, è solo un estremista dell’Illuminismo – e dunque un protofascista dando retta ai francofortesi - e non ha niente a che vedere con quel romanticismo nero dei romanzi gotici? Le rovine del suo castello non avranno la ricchezza wunderkammer dello Strawberry Hill di Walpole ma trasudano tutto il romanticismo in cui due secoli e più di oltraggi non hanno indebolito chi vuole Sade sentimentale, filosofo dell’amore, umorista avventuroso che non ha nulla da invidiare a Jean Paul o a Hoffmann, romantici accreditati.

Tutto ciò sembra formalmente astruso nonché maledettamente inutile. Per giunta non ho alcuna garanzia di fare discorsi assennati o, per dirla tutta, che il loro senso proceda da pensieri coerenti e ponderati. Che l’allestimento della mia coscienza sia infestato dal tempo buttato via, dai desideri delusi, la bellezza appassita, il cameratismo, il delirio di impotenza, la megalomania, lo snobismo, la fatuità, mi fa pensare a ciò che Claude Chabrol, il regista, amava ripetere, di prediligere cioè le corbellerie all’intelligenza poiché quest’ultima ha dei limiti che le altre non hanno. Sconcertante è che la filosofia e i filosofi per la loro mancanza di limiti rientrino nel genere delle corbellerie.

Malgrado un’infinità di pubblicazioni divulgative per storia, biografie, lemmi e tematiche presenti sul mercato e malgrado la presenza in TV dei filosofi quali irrinunciabili protagonisti di spettacoli fondati sulle tragedie mondiali, la filosofia non è mai stata così incomprensibile come adesso. Chi la pratica sono, se tutto va bene, dei tipi ricercati nella parlata (raramente nell’abbigliamento anche quando si tratta di specialisti dell’estetica). La loro drogata funzione è dirottata  su coloro che con molta approssimazione si possono definire “operatori culturali” della cui specie la parte migliore ed intrepida credo vada rintracciata nei maestri di scuola elementare, per il resto organizzano convegni per lo più sterili, finiscono per scrivere, dopo la davvero eroica stagione delle riviste, su qualche giornale come tutti gli altri ridotto all’osso e si sforzano di impadronirsi della fantasia che gli manca chiamando “Festival” – escludo i primissimi organizzati da un giudizio così severo - il groviglio di conferenze male assortite che dovrebbe elevare il popolo insieme al prestigio della località ospitante.

Similmente l’arte contemporanea imbocca riesami storici ma al contrario, comincia ridanciana con le corbellerie per svilupparsi nell’incomprensibile con un seguito di ”operatori artistici” che non nascondono il regime di affari non sempre limpidi senza svolgere quelle delucidazioni interpretative che ci si aspetterebbe che anzi complicano ulteriormente perché confidano nell’offuscamento per un successo che ormai si sono lasciati alle spalle con il remunerato stupore che i loro mostri internazionali suscitavano.

Sarei a questo punto seccato se mi si confondesse con un libero dispensatore. Non lo sono, quel che cerco malamente di spiegare, difficile da credere, è la natura della società e degli uomini che la compongono, la filosofia non c’entra e non c’entra nemmeno l’arte. Parlarne (scriverne) è un modo per esprimere la mia frustrazione di non essere riuscito né nell’una né nell’altra impresa e con questo voglio comprovare ciò che viene malignamente pensato a proposito dell’indecenza rappresentata da individui come me, che si ritengono avversari della società e del suo frasario culturale a causa di una nevrosi, dal bisogno di riscatto (non mi si tiri fuori Zarathustra, Nietzsche e lo “spirito di vendetta”) e da tutti quei costumi che se non altro i parvenu possono coltivare perché ne hanno i mezzi. Mandare tutti a quel paese è l’unica conclusione alla mia portata, c’è da vedere se ne sono capace fino in fondo. Per adesso la società si è dimostrata più forte.