
Bo
Botto
Artici e
istrici
Viana
Conti: L’OPERA D’ARTE E IL FILOSOFO. Mimesis, 2024 | Alessandro Ferrario: L’ASTRAZIONE COME CONDIZIONE STORICA. Mimesis,
2024 | Angela
Vettese: LA RIVOLTA DEL CORPO. Laterza, 2024
Sono noti, almeno fra gli studiosi e
i cultori, i distinguo che staccano l’estetica dalla filosofia dell’arte (per
dirla grossolanamente, la prima si impegna nell’indagine del “piacente” mentre
l’altra osserva l’arte negli insiemi psicologici, metafisici e storici dell’agire
umano) ma la separazione non è mai efficacemente chiara anche se filosofi del
calibro di Schelling, Schopenhauer o Heidegger è della filosofia dell’arte che fanno un elemento
cardine della conoscenza ultima. Viana
Conti è un critico d’arte di lunga esperienza e approfondimento che cerca di
aderire il più possibile all’artista, all’opera e alle tematiche declinate dal
loro funzionamento. Attua con sicurezza l’osmosi che propone con la fraseologia
dei filosofi interrogati, specialmente Derrida, benché
Deleuze o Agamben rientrino come surrogati espressivi
in un contesto linguistico che assume Bacon e Cezanne, Duane
Michals e Lucian Freud,
Gianni Emilio Simonetti (protagonista tipograficamente ”a
parte”) e Valerio Adami quali agitatori della filosofia come atto creativo
prima ancora di essere pittori o, più in generale, artisti visivi.
Il saggio, dice la Conti, “è teso ad
analizzare, nell’apporto creativo d’ogni artista e nella relativa soluzione
estetica, giusto la scintilla scatenante” che nell’opera ingenera “il
perturbante”. Di perturbamenti L’Opera
d’arte e il Filosofo non è avaro, ma ci sono anche affabili avvii, come le
pagine sul perturbante Bataille al momento giusto
canoniche anche in quel po’ di sinistro che comportano. Ma è nell’approccio agli artisti devo dire
che la Conti risulta più convincente – si vedano le pagine e le citazioni
riguardanti Gérard Fromanger - che in quello con i vari ciarlatani
francesi, e non solo, che sembrano risorgere da stagioni morte e sepolte che li
avevano seppelliti nella bufala accademica di Alan Sokal.
Chiamiamola filosofumisteria.
Assai diverso, e con un raggio di
intenzioni delineato con franchezza, l’approccio alla visualità di Alessandro
Ferrario che si propone di definirlo attraverso l’”irrisolto problema” dell’astrazione
nella sua duplice presenza come stile personale di specifici artisti e come
logica culturale emblematica del moderno sistema dell’arte. Non va trascurato
l’interesse che Ferrario pone negli allestimenti espositivi e nelle pratiche curatoriali – insegna a contratto Storia delle mostre”
presso l’ateneo genovese – per cui un forte radicamento nella pratica meno
illusoria, o comunque più materiale, del consumismo artistico si amalgama
all’illusionismo delle opere presentate.
Ciò induce a riflettere da un lato
sulla diffusione popolare, coi suoi significati propri che globalmente
finiscono per coincidere con l’idea stessa dell’arte contemporanea, del termine
“astrazione” e dall’altra la quantità di riflessioni, spesso solo
apparentemente storicistiche, sull’autorialità degli artisti. In questo ramo mi
pare di ricordare che fossero generalmente implicate la fenomenologia husserliana
e la psicologia della Gestalt, cosa che in qualche modo riuscirebbe a
giustificare l’accorpamento in una sola recensione di due libri assai
differenti. Ciò nondimeno si nota subito che Ferrario tende a lavorare più che
con filosofi in senso stretto con critici e storici speculativi e teoretici
quali Clement Greenberg , Lucy Lippard e una quantità di
altri di cui francamente ignoravo l’esistenza (assai istruttivi risultano gli
apparati, vale a dire bibliografia e indice dei nomi).
Se fra le glosse ai due libri si
noterà principalmente giustapposizione, si sappia che l’ho notata pure io. Si
dica pure a questo punto che se c’è un filosofumista
quello è il sottoscritto. Passo, per concludere col numero 3, ai corpi inventariati da Angela
Vettese e lo faccio affermando che il suo non sembra nemmeno il libro di un
critico d’arte, per giunta più di tanto l’arte visiva (ciò che nel linguaggio
ordinario indica quelli che un tempo erano “i pittori”) non la fa da padrona.
La Vettese ha scelto di dare espressione a diversi approcci al tema del corpo
rovistando fra le varie opportunità intellettuali, filmiche, letterarie,
divistiche, filosofiche, performative, artistiche. Mi ha fatto un gran piacere
constatare il libro più sbilanciato a beneficio di Marlene Dietrich, Claude Cahun, Mary Quant, Al Jolson, Lee Miller o Marlon Brando che di quell’antipatica e
incomprensibile star dell’arte contemporanea che va sotto il nome di Marina Abramović, nemmeno capace di esprimere la propria
inutilità, il che sarebbe già un bel risultato artistico.