Jean Montalbano
L’impero del cool
James Kaplan: 3 shades
of blue: Miles Davis John Coltrane Bill Evans and the lost
empire of cool. Penguin Press, 2024 | V.A.: The Legacy Begins. Strata-East,
2025
Se negli ultimi anni non sono mancati
testi su Davis e Coltrane (meno su Bill Evans) neppure all'album "Kind of Blue" è venuta meno la dovuta attenzione (The
Making of ‘Kind of Blue’:
Miles Davis and His Masterpiece di Eric Nisenson,The
blue moment. Come «Kind of blue» ha cambiato la
musica di Richard Williams o Kind of
blue. New York, 1959. Storia e fortuna del capolavoro di Miles Davis di
Ashley Kahn) così il recente tomo di Kaplan (autore,
e già questo ha fatto storcere il naso a certa critica specializzata, di
monografie su Sinatra e Jerry Lewis, ma pure John McEnroe)
giunge tardi per proporsi come “definitivo” risultandogli problematico
ritagliarsi un autonomo e non ridondante spazio. In effetti, a dispetto del
titolo, le pagine dedicate al disco del 1959 sono pochine, il resto si occupa
delle biografie (che è come dire dei temi di razza, privilegio, business o
droghe) dei tre "maggiori" negli anni successivi a quella
collaborazione, materia per pubblico generalista e non solo fans accaniti o
musicisti, che le leggeranno come un ripasso. Tutti apprezzeranno comunque,
grazie alla lingua sciolta dei tanti intervistati, le storielle e gli aneddoti
riportati, alcuni rettificati e puntualizzati, altri riemersi dalle vicende
riguardanti coprotagonisti come Max Roach, Ornette Coleman, Cannonball Adderley, Sam Rollins, Thelonius Monk. Attraverso un
abile lavoro di sintesi e collezione, Kaplan
ricostruisce il contesto e l’età d’oro, imperiale, del cool. Non è tanto dalla
supposta vetta di Kind of Blue, che non
fu il solo punto d’eccellenza di quegli anni, ma da quella manciata d’anni che
gli è lecito gettare uno sguardo compassionevole sulla successiva disgraziata
modernità e le declinanti vicende degli stessi artefici su cui ha deciso di
soffermarsi: non teme di scrivere la parola, devolution, per l’unica
forma d’arte autenticamente americana, finita nelle nicchie di un esoterismo
per iniziati. In buona compagnia, ritiene che alla fine degli anni sessanta il
jazz sia pronto per il museo, ritenendo trascurabile, perché identitario,
comunitario e marginale, quanto avvenne ad opera di B.A.G. a St. Louis,
A.A.C.M. a Chicago o Strata-East a New York, tutte in qualche modo motivate
dall’azione esemplare del Black Power.
Se, pensa Kaplan, dopo la decade prodigiosa 55-65 il jazz divenne altro, perdendo la conquistata centralità (il jazz, ossia il bop, “che desidero e di cui necessito” nelle sue parole) tra tanti motivi che i dissenzienti potrebbero opporgli, al di là delle stesse successive carriere di Davis e Coltrane, ci fu la nascita di quello che fu chiamato lo strata-east sound. Si tratti dell’evocazione coltraniana di Clifford Jordan, del lirico e misurato trombettismo di Charles Tolliver, del tenorista monkiano Charlie Rouse, o ancora degli yodel di Leon Thomas con Pharoah Sanders e del pianismo solare di Stanley Cowell l’antologica presentazione del catalogo digitalizzato evita scogli problematici (assenti, ad es., brani di Gil Scott Heron o estratti dal santo graal del giovane percussionista Mtume “Alkebu-Lan: Land Of The Blacks” ) veleggiando perlopiù lontano dalle tempeste free che tanto indispongono il racconto rassicurante di Kaplan, per immaginare un “bop contemplativo” più incline al versante meditativo-spirituale che a quello rivendicativo-identitario.