Bo Botto

Acido gotico

Mark Fisher: MATERIALISMO GOTICO. Einaudi, 2026

Doveva succedere, dopo le edizioni Nero (Realismo Capitalista) e, soprattutto, Minimun Fax (con i volumi siglati K Punk, il suo pseudonimo da “blogger”) era inevitabile che il povero Mark Fisher, morto suicida a 48 anni nel 2017, finisse nel catalogo degli editori “d’alto profilo” (ammettendo che Einaudi lo sia ancora fuori da un contesto generazionale). Esauriti da altri gli scritti principali, la casa editrice torinese con Materialismo Gotico è ricorsa all’inedito di un “critico culturale” che con qualche altro astro filosofico, ma forse con maggiore autenticità, ha lanciato nell’accademia la “filosofia pop” di un anticapitalismo risolto unicamente nel talora felice fraseggio mediato dal gergo della french theory (eppure trovava Derrida “irritante”) “rilanciandone i risultati ‘incantatori’ nella sua lettura ravvicinata ed implacabile della scena anglosassone”, come ebbe a scrivere Eric Stark in un densissimo saggio accolto su queste stesse pagine. 

Precedente ai più caratteristici lavori Materialismo Gotico ne anticipa nondimeno tutta la piega successiva, con il caratteristico pot pourri di nomi, citazioni, cinema, letteratura del terrore, spettri situazionistici e metafore che dovrebbero sbalordire per l’audacia, come nell’incompiuto (ma pubblicato in una settantina di pagine da Pattern Books nel 2020 e non ancora tradotto) Acid Communism dove è evidente il richiamo ad una controcultura la quale malgrado tutto si esprimeva nel potenziale ottimismo che pur lamentando il declino della “coscienza di classe” lavorava sull’alternativa della “coscienza psichedelica” (mentre il capitale si aggrappava alla “Beatles engineering”, vale a dire ai vari meccanismi di “pubbliche relazioni” che cercavano di ostacolare l’espansione della coscienza). Basta crederci. E Fisher stesso (nelle vesti di  K Punk) aveva definito il movimento degli hippie come malato di “infantilismo edonista” costituendo un fenomeno “essenzialmente legato ai maschi della classe media”.  Se da ultimo confidava nel rinnovamento dell’azione collettiva e radicale attraverso (ma guarda un po’!) l’immaginazione, il recupero di quel fenomeno gli appariva necessario, superando, come si era pronunciato in precedenza, “gli abiti sciatti e sformati degli hippie, il loro aspetto trasandato e i loro confusi discorsi fascio-psichedelici sulla droga che esibivano un disprezzo della sensualità”.