
Charles de Jacques
Rumori
d’epoca
Ariana Harwicz: IL
RUMORE DI UN’EPOCA. Ledizioni, 2024
Argentina di
Buenos Aires, Ariana Harvicz vive dal 2007 a Parigi
dove si è laureata in arti dello spettacolo. Scrittrice e documentarista, ha
visto Martin Scorsese comprare i diritti cinematografici dei suoi libri,
impressionato da Matate, amor (2012,
l’esordio narrativo, in Italia presso Ponte alle Grazie) dove sono smantellati
gli obblighi sociali di una donna, non esclusi maternità, famiglia e amore. In Degenerado del 2019, che segue i pensieri di un pedofilo assassino, la Harvicz si è proposta di esporre meglio il suo discorso
politico seguendo l’azione di portare all’esasperazione i personaggi corrotti e
degradati.
Meglio ancora ha fatto nel saggio Il Rumore di un’Epoca (1923) dove
affronta le implicazioni sociali, politiche e mentali dello scrivere, “una
controversia sotterranea” impossibilitata a non offendere nessuno “Scrivere
senza offendere nessuno è un ossimoro. Montaigne è il
miglior avversario di Pascal. Aron è quello di Sartre”. Le pagine non sono molte ma impressionano per
la densità senza con questo perdere in chiarezza (a quanto pare la Harvicz ci tiene) nell’affrontare paradossi e orrore in una
conturbante galleria di autori, fra questi la poetessa sua conterranea Alejandra Pizarnik alle
prese con Erzsèbet Bàthory,
“la contessa sanguinaria” assassina e torturatrice di giovani ragazze che la
collega surrealista Valentine Penrose biografò nel
1962: “La perversione sessuale e la follia della contessa Bàthory
sono così evidenti che Valentine Penrose se ne
disinteressa, per concentrarsi esclusivamente sulla convulsa bellezza del
personaggio” ("Il criminale non produce bellezza, lui stesso è l'autentica
bellezza" scrisse Jean Paul Sartre).
Il libriccino
della Pizarnik, osserva Ariana Harwicz, è “di un lirismo sconvolgente” (si trova in
italiano nelle edizioni Playground, 2005). Ipnotizzati “dall’orrore silenzioso”
ci sono soggetti che molto seriamente sostengono “che le lacerazioni sui corpi
delle giovani siano artistiche perché si creano dei segni casuali nel corpo
come una forma d’arte”. Questa perdita
della pietà umana non occorse ad Alejandra Pizarnik quando raccontò l’orrore assoluto e Ariana Harvicz si rivolge a coloro che difendono “l’entità
artistica della mutilazione casuale”, rimarcando che ubbidendo allo stesso
criterio “pure le ceneri sparse dei forni di Auschwitz sono arte”.
Buona parte del Rumore di un’Epoca è occupata – con l’occasione dell’uscita nel 2024 del romanzo Perder el juicio - dalle lettere scambiate con lo scrittore cileno Adan Kovacsics col quale torna sull’argomento commentando una frase di Imre Kertész, il premio Nobel per la letteratura (2002) sopravvissuto ad Auschwitz, che confessò, con spiccato senso del paradosso, “volevo vivere un po’ di più in quel bel campo di concentramento”. Ciò avviene nello spazio fittizio della letteratura, nella sua grammatica. Ma “la lingua non è solo grammatica – scrive Adan Kovacsics –, bensì tutta una rete di sensi e riferimenti che provengono da contesti non linguistici”.
Nell’insieme apparentemente sottosopra del suo libro, Ariana Harwicz carica di tensioni vitali il paradosso e la disobbedienza: “Se questo libro ha un senso, è quello di affermare la necessità del paradosso. Non sono per nulla originale, il paradosso è andare contro l’opinione generale, contro la logica, è celebrare la contraddizione. Qualsiasi pensatore, qualsiasi critico, qualsiasi artista affermava (prima) la sua retorica e la sua poetica nella disobbedienza. Vale a dire, nella resistenza a pensare in un’unica maniera. Pensare è mettere in tensione due cose opposte allo stesso tempo. Tuttavia, per qualche motivo che non riesco a capire, la necessità di disobbedire si è ultimamente indebolita; in generale, la cultura dell’intimidazione nell’arte sembra non importare troppo a nessuno. Sembra addirittura che piaccia, purché non ci sia troppo sangue”.