Eroe nazionale cubano, “Apostolo” dell’indipendenza dell’isola dal dominio spagnolo, José Martì (1853-1895) pubblicò questa cronaca su “La Opinión Nacional” a Caracas nel 1882.

José Martí

Jesse James, il grande bandito (le sue imprese, la sua fama e la sua morte)

Questi giorni, che per New York erano di festa, sono stati di grande agitazione nel Missouri, dove operava un bandito dalla fronte alta, un bel viso e una mano fatta per uccidere, che non rapinava borse ma banche; non case ma villaggi; né assaltava balconi, ma treni. Era eroe di una terra selvaggia. La sua audacia era così grande che la gente delle sue parti la stimava più dei suoi crimini. E non nacque da un padre meschino, ma da un uomo di chiesa, né sembrava uno cattivo, ma un gentiluomo, né sposò una donna da poco, ma una maestra di scuola. E c’è chi dice che era un capo politico, durante i suoi brevi periodi di riposo, o che viveva sotto falso nome, e che partecipò come un uomo in vista per eleggere il candidato Presidente all'ultima convenzione dei democratici. I territori del Missouri e del Kansas sono ricchi di zone boscose e fitte macchie. Jesse James e i suoi uomini conoscevano i meandri delle boscaglie, i recessi delle strade, i guadi delle paludi, gli alberi tra cui nascondersi. La sua casa era un'armeria e altrettanto la sua cintola, perché portava due grandi cinturoni carichi di rivoltelle. Cominciò a combattere quando c'era la guerra e uccise molti uomini barbuti, quando lui stesso non aveva ancora la barba. Al tempo di Alba, sarebbe stato capitano di battaglione nelle Fiandre. Ai tempi di Pizarro, il suo abile tenente. In questi tempi, fu soldato, e poi divenne bandito. Non fu uno di quei magnifici soldati di Sheridan  che combatterono  perché fosse una tutta questa terra, e liberi gli schiavi, e issarono la bandiera del Nord nelle tenaci roccaforti confederate. Né di quegli altri pazienti soldati del silenzioso Grant, che mise all’angolo i ribelli terrorizzati, come fa un calmo cacciatore con un cinghiale affamato. Era tra i guerriglieri del Sud, per i quali era scudo di rapina la bandiera di guerra. La sua mano era strumento di morte. Lasciava a terra il morto e, carico di bottino, andava generosamente a spartirlo con i suoi compagni sfruttatori, tigri minori che leccavano la mano di quella gran tigre.

Poi la guerra finì e iniziò un formidabile duello. Da una parte c’erano i giovani banditi che entravano a cavallo nelle città, picchiavano alle porte delle banche, prendevano in pieno giorno tutto il denaro e, ubriachi del pericolo che inebria come il vino, fuggivano esultanti tra la popolazione sgomenta che si accorgeva del crimine quando era già terminato e inseguiva i criminali con poca efficacia; allora la gente tornava alla porta della banca svaligiata dove le sembrava di vedere, come figure d’oro fuggenti, quelle dei coraggiosi cavalieri, agli occhi meravigliati del volgo, impreziositi dalla bellezza dell’audacia. E, dall’altro lato, c’erano giudici incapaci in quelle contee di piccole cittadine e di grandi boschi; i soldati della regione, che tornavano sempre feriti o restavano uccisi; la popolazione inquieta che, accecata a volte dal bagliore che si sprigiona dalla destrezza, vedeva nell’audace ladro un cavaliere del furto, e lasciava che il cuore battesse per l’emozione, come sempre si commuove quando il buon consiglio dell’anima non lo purifica in presenza di un atto straordinario, per quanto nefando. Così, di fronte ai tori che muoiono per mano degli uomini nel circo arrossato, le gran dame di Spagna sono solite lanciare in aria i grandi ventagli, levarsi dal piedino, per lanciarla al matador, la scarpina di seta, e inviargli la rosa rossa appuntata sulla mantiglia, e battere le mani! Una volta c’era una fiera nel Missouri, e nella grande città non meno di trentamila uomini, impegnati a scommettere o rimpinzarsi, intenti ai giochi o alle corse. E all’improvviso il panico s’impadronì della folla. Jessie James aveva saputo della festa e, mentre la gente teneva gli occhi fissi sulle corse dei cavalli, irruppe con i suoi uomini nei recinti della fiera, abbattè le guardie e scappò con l’ingente  incasso. Il che parve a quelli del Missouri un crimine che avrebbe dovuto essere perdonato per la sua enormità e audacia. E altre volte quei malvagi affondarono i gomiti nel sangue. Sollevarono le rotaie di ferro dei binari in corrispondenza di una curva. Si nascosero, in groppa ai loro veloci cavalli, nel folto degli alberi. Il treno arrivò e uscì dai binari. Ne seguì l’uccisione di quanti si opponevano all’iniqua rapina. Poi i soldi portati via a fiumi. Quindi il carico di grandi lingotti d’oro sui cavalli. E poi l’assassinio di chiunque fosse in grado di far ripartire il treno. Se c’era una rinomata taverna, e un bravaccio a spadroneggiarvi, i banditi andavano alla taverna per scatenarvi disordini, perché nessuno dicesse che a cavalcare o maneggiare armi ci fosse alcuno più bravo dei ragazzi di James. Se si teneva un ballo nelle ville texane con le bellezze locali, con il calcio delle pistole picchiava all’uscio della casa e, poiché lui era il più coraggioso, sua aveva da essere la più carina. Mandarono a dargli la caccia un noto agente, e con un biglietto appuntato sul petto, crivellato da proiettili, ritrovarono l’agente, il qual biglietto avvisava che così dovevano morire quelli inviati a dargli la caccia.

Nelle remote regioni di questo paese gli uomini sviluppano una vita molto singolare, esposti alla natura selvaggia, con tutti gli appetiti, le magnificenze, gli impulsi e l’eleganza dell’animale selvatico! Si addice al cacciatore di bufali, costretto a sfidare il possente animale, e a sedersi, come sulla propria poltrona, sui fianchi della gran bestia abbattuta, lasciarsi crescere e ricadere sulle spalle i lunghi capelli, avere un piede forte fatto per calpestare tronchi, e la mano per piegarli, e il cuore accordato alla tempesta, e gli occhi pieni dello sguardo solenne e triste di chi scruta a lungo la natura e l’ignoto.

Ma dove, come si aspettano di trovare gazzette e cronisti imprese di un cavaliere della Mancha in quell’insanguinatore da strada? È vero che lo uccise un amico alle spalle, e per i soldi offertigli per farlo, dal governatore. Vero è che merita essere cacciato dal palazzo del governo chi per governare faccia ricorso, invece che alla verga della giustizia, al pugnale dell’assassino. Davvero è spaventoso e vergognoso che lì, in quella sede della legalità, vicino a una porta laterale e nel buio della notte, si accordarono il capo del governo e un giovane brigante sul prezzo della vita di un bandito. Allora, quale rispetto merita il giudice che commette lo stesso crimine del criminale? Ombra era quella del boschetto da cui spiavano i treni da rapinare quelli della banda di James, e ombra quella del gabinetto di governo, in cui il custode della legge fissava il prezzo del capo della banda. E le autorità che lo inseguirono in vita, lo seppellirono in una bara sfarzosa, che pagarono di tasca propria o a spese dello stato: il corpo sarebbe stato sepolto nella terra della famiglia materna, trasportato con un treno speciale e non col treno consueto; tenevano i cordoni del feretro le autorità del luogo e migliaia di persone, con occhi umidi di pianto, accorsero a vedere calare nella fossa colui che trapassò tante volte con i proiettili della sua pistola il cranio degli uomini, con la stessa impassibile quiete con cui uno scoiattolo rompe una noce. E gli agenti della polizia del posto toccò vedersela con la veloce giumenta montata dal bandito.