
Don Piola
Niente di “Migliore”
Giuseppe Vacca: VITA E
PENSIERO DI PALMIRO TOGLIATTI. Einaudi, 2026
Direttore della
Fondazione Istituto Gramsci, Giuseppe Vacca (1939) ha molto scritto e pubblicato
sul comunismo italiano e al grande capo Palmiro Togliatti, il Migliore, aveva già dedicato una monografia - Saggio su
Togliatti e la tradizione comunista –
pubblicata nel 1974 dall’editore De Donato, la vecchia Leonardo Da Vinci di
Bari che negli anni Sessanta assunse il cognome del fondatore coprendo molta
dell’attività editoriale legata a quella che i media soprannominarono “l’Ecole Barisienne”, animata, fra
gli altri, da Vacca con Arcangelo Leone De Castris e
Biagio Di Giovanni (filosofo napoletano, l’unico non pugliese, al quale
probabilmente si deve la spiritosa intitolazione). Si trattò di un fermento non
da poco che nella città della Laterza vide crescere anche la Dedalo, la casa
editrice di Raimondo Coga che accanto ai libri sfornò
una serie di riviste che connotarono la fine degli anni Sessanta e il decennio
successivo, a cominciare da “Il Manifesto” e dall’edizione italiana della “Monthly Review”.
Finita quella stagione, Giuseppe Vacca, che è stato anche deputato del
PCI, candidato sindaco di Bari, e consigliere RAI, non ha smesso certamente di
scrivere e studiare e la sua irrefrenabile lena si è tradotta in questo Togliatti
che si presenta distante da una biografia e incerto sul piano storiografico
(benché sia rispettata la cronologia) ma è tutto lavorato come un’opera
letteraria che coincide con qualcosa che ricorda “il flusso di coscienza” del
protagonista che tuttavia di coscienza sembra averne assai poca ma è tutto teso
a rappresentare (e giustificare) col pensiero la sua partecipazione ai
delittuosi grandi appuntamenti della politica staliniana e in generale
sovietica.
In pochi tratti di penna si ritrovano nel buio di un’astuta e
benpensante intelligenza nazionalista e conservatrice (non a caso Togliatti
piacque agli avversari) il conflitto con Gramsci prigioniero, la guerra di
Spagna, il “grande terrore”, il 1956, gli anni del centro-sinistra e tutto
quello che è facile immaginare dalla Grande Guerra in poi. Sconfitto Bordiga e
assenti i bordighisti (lo fu anche Palmiro), la
“linea” è la recuperata (con “i quaderni” di Antonio custoditi dai banchieri
della Commerciale) e cosiddetta linea gramsciana illuminata magari più da Don
Giuseppe De Luca che da Labriola e dal Gentile “maestro” del sardo, il partito
è quello “nuovo” con lo sguardo rivolto all’esempio dell’oratorio di Ossicini e
Rodano (da notare che nel titolo del libro c’è anche in nome della casa
editrice fondata da Padre Agostino Gemelli).
.Vengono in mente certe pagine del filosofo in pianta stabile e ripetitivo commentatore
incazzato Massimo Cacciari che evocano il Katéchon,
vale a dire ciò che frena l’espansione dell’anticristo nel mondo. Il PCI d’altra
parte era specializzato in freni e li premeva perfino a fronte di diaboliche “riforme”. Tutte cose che ricordano gli opuscoletti che il
Partito distribuiva nel corso della guerra fredda e il libro di Vacca è da
leggere come un romanzetto ben scritto ma che avendo rischiarato un eroe che più
avvincente sarebbe rimasto se avvolto dalle tenebre finisce con l’essere scialbo,
come la fotografia in copertina.