Trontismo appeso

Mario Tronti: IL PROPRIO TEMPO APPRESO COL PENSIERO. Scritto politico postumo. Il Saggiatore, 2024

“Apprendere il proprio tempo col pensiero – riconoscibile citazione hegeliana – è già fare politica. È un prender parte al destino del mondo umano, così come ce l’hai di fronte, fuori di te e contro di te. Per conoscerlo, certo. Ma la conoscenza non è neutra. Chi semplicemente vuole conoscere ha già scelto da che parte stare. Che ne sia o no consapevole, ha già firmato la pace con il proprio tempo. Darà un contributo, nobile, al progresso dell’umanità e i riconoscimenti in vita, e in morte, non mancheranno. Avrà illuminato molte menti, al prezzo di aver oscurato molti problemi. Che fare della storia del tuo tempo, mentre la conosci, nelle sue forme di mondo, nelle sue forme di vita? Questa, per me, è la domanda”.  Così Mario Tronti cominciava il suo “libro volutamente postumo, forse lasciato non finito”, come annotò in un quaderno ritrovato di appunti. Le risposte alla domanda erano secondo lui tre: “conservare, migliorare, rovesciare”.

Se c’è un caso su cui riflettere, non è quello di stare al mondo, ma è il caso italiano che a suo dire (di Mario Tronti) comincia nel secondo dopoguerra e così va giù dritto a magnificare “il partito nuovo” togliattiano e quello democristico di De Gasperi, ordinaria politologia alla quale ci hanno abituato un po’ tutti i commentatori e della quale alla fine ci siamo atrocemente convinti. Armati di una visione che schiacciava socialisti, azionisti e tutte le nobili aspirazioni da terza forza, il comunista sopravvissuto a Stalin e il democristiano insignito del titolo di “servo di dio” realizzarono allora il “vero” compromesso storico. C’è da stare allegri, veniamo da lontano e andiamo lontano, bel pensiero della trascendenza se non fosse che sui tempi lunghi siamo tutti morti, ma quando Keynes lo affermò non c’era ancora Elon Musk a vaticinare che “la cosa importante sul lungo termine è stabilire una base autosostenibile su Marte”. Il nostro compito etico-politico, dice Tronti, è “di trovare parole facili per pensieri difficili”, eccolo accontentato.

“Salvare la libertà dalla democrazia”, sembra sia questo ciò che gli avevano insegnato fin da ragazzo i “maestri sconosciuti” della sezione ostiense del PCI, politologi senza politologia, weberiani di fatto. La scelta dal basso dell’attuale meccanismo democratico non basta, ci vuole un meccanismo correttivo dall’alto, la democrazia progressiva incontra finalmente la spiritualità di Piazza del Gesù, usciamo alla luce, via dalle Botteghe Oscure. La storia si è impegnata coi fuoriusciti, come si sa, con gli anni Novanta, altra sede altre idee. “Rispetto al giovane Marx, che scioglieva la Lega dei giusti per organizzare la Lega dei comunisti, si tornava alla Lega dei giusti”.

Gli anni Ottanta però! Dopo averli diffamati, il Tronti postumo li riabilita: non ci fu solo il craxismo, furono qualcosa di più serio (Craxi evidentemente tale non era), il capitalismo ripresentava il suo vero volto, abbandonava gli orpelli di un volto umano che gli erano imposti dai precedenti rapporti di forza. Graziosa risposta a una domanda, questa sì seria, che su quel decennio controverso aveva posto Raf (Raffaele Riefoli) dal palco del teatro Ariston di Sanremo nel 1989 (“che ne sarà degli anni Ottanta”) e che tutto sommato, senza Musil, Weber e Mann, un po’ di Marx forse ce lo metteva nella chiave eretica della critica alla ragione dialettica. Non è un caso che uno degli autori della canzone si chiamasse Giancarlo Bigazzi e militasse nel gruppo teorico-critico degli Squallor (onore all’anima sua).

Quando non era ancora postumo il nostro filosofo teologico-politico riportava pressappoco il blochiano Spirito dell’Utopia che significherebbe, per farla breve, “nominare del tutto diversamente il nome di Dio”. Ma se uando non era postumoQuando da postumo il nostro padre padrone dell’“operaismo” Mario Tronti parla di libertà cristiana e libertà comunista e delle loro affinità elettive (il proprio tempo appeso col pensiero) che andrebbero resuscitate nel “miracolo teorico” (mamma mia che impressione!) al fine di mettere insieme città e tempio, ancora Raf nel vivo degli anni terribili, nel 1991, cantava - collaborando con Beppe Dati, già collaboratore di Gianni Rodari – di non avere un dio:

“Sentivo moltitudini
L’arrivo di altri popoli
E accendersi bandiere, feste inutili
Campane che non suonerò...
Oggi un Dio non ho”.