Franco Grattarola
Addio all’immenso Mario Adorf
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“Tu, uno come Ugo Piazza, non lo uccidi a
tradimento! Tu, uno come Ugo Piazza, non lo devi neanche toccare! Tu, uno come
Ugo Piazza, non lo devi neanche sfiorare! Tu, quando vedi uno come Ugo Piazza,
il cappello ti devi levare!”. Sono battute scandite da Mario Adorf
nel violentissimo epilogo del cult di Fernando Di Leo, Milano
calibro 9 (1972, ispirato al racconto di Giorgio Scerbanenco), che restano impresse, consegnando un attore e
un film alla leggenda.
Madre tedesca, padre
italiano
Nato nel 1930 a Zurigo da madre tedesca e padre calabrese è morto l’8
aprile scorso a Parigi, Mario Adorf mette la faccia e la grinta, in ruoli sia
drammatici, sia comici, in tanti film italiani dagli anni ’60. La “sua” voce,
al contrario, la mettono eccellenti doppiatori, quali (ne citiamo alcuni) Pino
Locchi (parente del giornalista Giorgio), Stefano Satta
Flores e Ferruccio Amendola. Adorf è attore
brillante, di grandi capacità espressive, sotto la direzione di Luigi Comencini
(A cavallo della tigre; 1961, e Le avventure di Pinocchio,
1972), Antonio Pietrangeli (La visita, 1963; Io la conoscevo
bene, 1965) e soprattutto Dino Risi (Operazione San Gennaro,
1966), non manca l’appuntamento con generi centrali del cinema italiano come
il western (…E per tetto un cielo di stelle di
Giulio Petroni, 1968; Gli specialisti di Sergio Corbucci,
1969) e il thriller (L’uccello dalle piume di cristallo,
opera prima di Dario Argento, 1970, e La corta notte delle bambole
di vetro di Aldo Lado, 1971).
Il duro nel
poliziottesco
Il genere in cui la maschera di Adorf risulta più efficace è però il
poliziesco nelle sue varie accezioni. In un trittico ispirato alle opere
del citato Scerbanenco, compare rispettivamente nei
ruoli di un fotografo dedito alla pornografia (Il caso “Venere privata” di
Yves Boisset, co-produzione italo-francese del 1970),
che annovera tra le sue modelle una giovane (e desnuda) Raffaella
Carrà; dello scagnozzo di un boss della malavita (nel
sunnominato Milano calibro 9) e del magnaccia coinvolto a sua
insaputa in una guerra tra mafiosi americani e italiani (La mala ordina di
Fernando Di Leo, 1972), sua migliore interpretazione in Italia.
Nei polizieschi di taglio complottista, La polizia ringrazia di
Steno (1972), capostipite del genere, e Io ho paura di
Damiano Damiani (1977), Adorf è un magistrato (anti-golpista nel primo,
golpista nel secondo). E’ il poliziotto ferito negli
affetti familiari di La polizia chiede aiuto di
Massimo Dallamano (1974); il mafioso pentito in cerca
di vendetta di La piovra 4 di Luigi Perelli (1989); e i boss mafiosi
interpretati in due serie tv di Damiano Damiani (Un uomo di rispetto,
1992; Ama il tuo nemico, 1999).
Duce credibile
e non caricaturale
In ambito internazionale, la carriera di Adorf è sotto l’egida dei grandi
registi tedeschi, americani e francesi: da Robert Siodmak
(Ordine segreto del III Reich, 1957, e Nella morsa delle S.S.,
1960) a Sam Peckinpah (Sierra Charriba,
1965), da Billy Wilder (Fedora, 1978) a Volker
Schlöndorff (Il tamburo di latta, 1979, palma
d’oro al Festival di Cannes), da Rainer Werner Fassbinder (Lola,
1981) a Claude Chabrol (Giorni felici a Clichy,
1990). Ricordiamo, infine, che l’italo-tedesco Mario Adorf è un credibile, non
caricaturale Benito Mussolini (qui doppiato da Ivo Garrani)
nel Delitto Matteotti di Florestano Vancini
(1973).
“barbadillo.it”, 10 Aprile 2026