Genesio Tubino

Sá-Carneiro

 

Mario de Sá-Carneiro: OPERA POETICA (a cura di Libero Corsi), La Vita Felice 2024

Le tante novità che Sá-Carneiro assorbì durante i lunghi soggiorni parigini (non senza diffidenze e incomprensioni: i primi “calligrammes” gli sapevano di “pederastismos”) allenarono un corpo simbolista (lo stesso delle tante Salomè, ballerine belle-époque consumate in un orgia di fuoco) ad accogliere le fresche protesi cubiste e futuriste, facendone, al di là dell’apparente catatonia laforguiana, un mediatore singolare tra le culture francofona e lusitana, morto troppo giovane perché caro agli dei, come ricordò Fernando Pessoa nel suo elogio funebre (insieme lanciarono la rivista Orpheu nelle acque stagnanti delle lettere portoghesi).

A più di un secolo dalla morte Sá-Carneiro non è più un caso sfuggente di incauta megalomania ma una pagina riconosciuta del modernismo, esemplificato nella relazione immersiva e frastornante con la città, Parigi, in cui trascorse gli ultimi anni. “Parigi! Orgiastica e solenne, monumentale e futile!” Ore specularmente felici rispetto a quelle del corrispondente Pessoa che gli scriveva, dal fondo di una depressione sconfinata, di sentirsi come un bambino maltrattato dalla vita che dal suo angolino sente gli altri giocare. Ma conoscendo la fine di Sá-Carneiro e le pagine che la preparavano, i due risultano accomunati in un rifiuto e fuga immaginaria da un dolore che precedeva, non solo cronologicamente, gli stessi anni del conflitto mondiale. Per quanto disarticolato e composito, come nel ciclo dei racconti, l’universo evocato nei versi è quello dell’artista moderno, Re detronizzato  per nulla sgravato di egoismi e infantilismi, manie e bizzarrie, “stella ubriaca” ridotta a vivere d’immagini in veglie allucinate o nella follia tranquilla di naufraghi, cui nemmeno gli innesti estremi di tecniche futuriste (ASSUNZIONE DELLA BELLEZZA NUMERICA) bastano per cacciare l’aria rarefatta e irrespirabile della serra simbolista. La bellezza attinta transitoriamente, per ossimori e sinestesie, rimbalza nella noia quotidiana dei “lepidotteri”. Accanto al rammarico e alla netta consapevolezza di quel che non torna (“sono un tempio senza dio, prossimo a crollare./ statua falsa ancora eretta in aria,,,”) e che riassume nella dispersione, stava l’uomo della folla seduto ai caffè parigini sdegnoso del “giorno brutale, provinciale e democratico” con la bellezza futurista delle merci, insegne e marche, ma tentato di assorbirne la frenesia con “occhi unti di Nuovo,/ i miei occhi futuristi, i miei occhi cubisti, i miei occhi intersezionisti,/ non smettono di fremere, di sorbire e scintillare tutta la bellezza spettrale”, vibranti di nuova sensibilità tipografica (Manicure). Gli ori alchemici e i blasoni opachi di un’aristocrazia estenuata erano forse “oro falso” pronti a piegarsi alla snella semplicità e all’intermittente scintillare dei tanti marchi e insegne delle ditte Srl. Disinganno salutare risparmiato al poeta russo di un suo racconto, i cui versi sono tanto lievi e perfetti che volano via dal quaderno in cui vennero scritti, nell’improbabile abbraccio di esistenza e realtà poetica.