Omar Wisyam

Gli appunti di Debord

Gli archivi di Guy Debord sono entrati per acquisizione (cioè acquistati dallo Stato francese per un milione di euro per evitarne il trasferimento all'Università di Yale) nelle collezioni della Biblioteca nazionale di Francia (BnF), all’interno del dipartimento dei Manoscritti, nel 2010, dopo essere stati classificati come tesoro nazionale nel 2009 e, successivamente, nel 2013 esposti al pubblico alla BnF, suscitando un vespaio di polemiche sul presunto recupero di un verosimile rivoluzionario. Il titolo della mostra era Guy Debord, un art de la guerre. L'allestimento aveva utilizzato come filo conduttore Il Gioco della Guerra (Kriegspiel), un gioco da tavolo strategico inventato da Debord. La terminologia e la logica militare erano state usate per spiegare le tappe artistiche e politiche del suo pensiero. Erano stati esposti per la prima volta gli schedari di lettura personali (circa 1400 schede), gli appunti manoscritti, le lettere, i diari, le bozze dei suoi libri (tra cui La società dello spettacolo) e i documenti dell'Internazionale Situazionista, includendo la proiezione dei suoi film. Nel numero 8 (gennaio 1963) della rivista Internazionale Situazionista appariva un messaggio, che oggi mi sembra insopportabilmente presuntuoso, che conteneva un’altrettanta insostenibile ingenuità (forse falsa): Noi organizziamo solo il detonatore: l’esplosione libera dovrà sfuggirci definitivamente e sfuggire a qualsiasi altro controllo. Del presumibile autore di questa frase appartengono la raccolta di inediti pubblicata dai curatori del fondo Debord (Laurence Le Bras e Emmanuel Guy) con il titolo in Italia di Appunti preliminari (in Francia Lire Debord, Éditions L’échappée, 2018), Ortica editrice, 2022. Il volume italiano è stato tradotto e introdotto da Mario Lippolis. Quelli di Debord, come è ovvio, sono appunti disparati. In una serie di questi, intitolata Maggio 88, si trova il Debord autocelebrativo (che novità) che annota di sé "quando rileggo l’I.S. del 1957 (dopo più di trent'anni) mi ci sento molto vicino, altrettanto prossimo quanto il primo giorno (fatta eccezione per infime sfumature)! Mi sento un po' più distante da Potlatch (1954) su alcuni punti. Ma non molto. Dirò perfino che non ho mai cambiato parere - SALVO (caso di evoluzione strategica flagrante) su Parigi. Più qualche bagatella". La coerenza incrollabile (di più!) tuttavia non gli basta, perché sente la necessità di difendere la sua rivoluzione: "Il fatto che non abbiamo vinto non vuole dire che ci siamo ingannati. Il nostro scopo non è mai stato quello di vincere in questa società".

Poche righe sotto si chiede: "Chi si preoccupa del risultato? Credete forse che questo vincere - che cosa? - fosse il nostro scopo quando affliggevamo St Germain-des-Près, quando insorgevamo nel maggio 68, quando cercavamo di esportare quella malattia nella società in Italia o in Spagna?"

Chiude la riflessione confortato da Chesterton che, in uno dei romanzi di padre Brown, affermava che "quello che è normale è non riuscire".

Che grande parte degli appunti parli del loro autore è ovvio. Negli Appunti per la preparazione dei film, si "potrebbe intitolare qualcosa del genere (languore XVII-XVIII secolo): L’attacco e la difesa di messer Debord, avventuriero rivoluzionario, per servire a rettificare il giudizio del pubblico su questo personaggio".

Nella pagina successiva si legge una frase fissata all’altezza della stima che coltivava di sé: "Questo mondo non è degno di riconoscermi". Ma leggermente più sdegnosa. A proposito della sua rivoluzione: "Ho attaccato una malattia in più a una società malata". Il buono della sua presenza in questo mondo: "io avrò trasmesso alla mia epoca la malattia della sovversione". L’alta considerazione di sé non è tuttavia l’unico argomento delle note. Si parla sovente, pressoché ovunque in questa raccolta di inediti, del trascorrere (del passare, del passaggio, termini particolarmente amati dal Debord malinconico) del tempo: "Poiché i miei amici sono tutti morti, parlerò della morte. Il rischio di morte non ci ha sicuramente impauriti, quando eravamo giovani a Parigi; e da allora in poi ci siamo ben portati di conseguenza. La schiavitù non faceva per noi". E poco dopo: "Mai avrei potuto credere allora che sarei stato ancora in vita venticinque anni più tardi".

Sulle sue letture alcune righe del Progetto Apologia (ovvero quello che sarebbe diventato il Panegirico - uno e due): "A Champot rileggendo i Paradisi artificiali. Pensando che sono pressappoco quarant'anni che l’ho letto! Pensando al tempo avventuroso in cui sei mesi erano un periodo tanto lungo e  complesso... In cui tutto cambiava. Qui mi domando quali autori ci avevano (in ogni caso mi avevano) effettivamente molto influenzati nel 1953. Sicuramente Baudelaire, Poe, Mallarmé, Cravan e Lautréamont. Apollinaire, André Breton, Jacques Vaché, pochissimo Rimbaud, una parte di Shakespeare, Saint-Just, Villon". Eccetera.

Sulle offese e l'invidia: "Non mi sono mai messo nella situazione di potere essere offeso, per esempio non sollecitando mai alcunché da chicchessia; e perché quelli che avevano a che fare con me, a ragione, hanno sempre compreso che sarebbe stato pericoloso provare ad offendermi; e anche perché il mio modo molto singolare di prendere la vita mi ha portato molto poco a paragonarmi a ciò che altri consideravano, qui o là, dei loro successi, e in tal modo ha certo fatto di me il meno invidioso degli uomini".

Nel Progetto Apologia si può leggere una riflessione che ha il pregio di sembrare molto adeguata al soggetto che le ha scritte: "Il mio lato ludico molto spesso mi ha tenuto stretto alla vita - che altrimenti non si imponeva. Quando vengo sfidato, la mia reazione è di raccogliere la sfida (e ne ho raccolte di ogni sorta, in modo abbastanza continuativo). E vincere contro quelli là - come ho fatto quasi sempre - mi tiene occupato; sostiene il mio uso del tempo; che la poesia della vita non ha sostenuto sempre - ben lungi da ciò. Benché mi sia preoccupato pochissimo dei miei molteplici nemici (ho disprezzato), tuttavia essi mi sono stati molto utili. Futile aggancio a questo sogno della vita". A cui si possono aggiungere queste righe: "La storia è la nostra patria: la comunità di un'epoca senza comunità. (Nel 1986 si vuole liquidare anche questo). Il catalogo del dispiegarsi dell’umano è il solo segnale che il mondo mi rimanda in risposta a ciò che io sono; e che misura quel che ho fatto e che ho compreso. Che dà un criterio oggettivo. Che mi garantisce davvero che non sono il solo uomo sulla Terra: che non sono stato gettato tutto solo in questo sogno, in questo brutto scherzo tragico".

Nel Progetto di dizionario si trovano frasi interessanti come: "Lo spettacolo ha reso possibile spiegare e giustificare non importa cosa non importa come (mediante il possesso dell'argomentazione senza replica, il monopolio della risposta a sé stesso, il potere presente che fa il passato e impegna l’avvenire).

Inoltre: "Il fatto che ci siano oramai numerosissime cose che la gente non vuole pensare favorisce grandemente i poteri costituiti il cui evidente interesse è che le persone non pensino a quasi nulla; e per di più che al poco che resta pensino molto malamente". A cui segue immediatamente: "Che le persone siano fortemente portate a rifiutarsi di pensare a certe cose, è facile da capire: i pericoli nucleari o chimici che vogliono dire la loro morte; le manipolazioni dei mezzi di comunicazione e informatiche che vogliono dire la loro ignoranza; le procedure governative poliziesche o mafiosa che vogliono dire il loro scadimento e la loro schiavitù...A chi dunque piacerebbe pensare alla propria morte, alla propria ignoranza, al proprio scadimento?"

In queste ultime e in altre note del libro si anticipano temi come l’instupidimento e la domesticazione del proletariato che saranno imputati all’Enciclopédie des Nuisances come una colpevole deviazione dal debordismo da parte di altri più o meno devoti dello stesso. "Tutto dipenderà dall’effetto ancora sconosciuto di queste operazioni, quelle pratiche di disinformazione che sono ancora allo stadio sperimentale e su dei soggetti che sono anche loro in via di più o meno rapida dissoluzione, mentre è difficile misurare questa velocità di dissoluzione".

Si legano a queste riflessioni, quelle sulla degradazione del linguaggio e di conseguenza del pensiero: "In un tempo ancora recente, il vantaggio dell'esperienza, dell'istruzione, dell'Intelligenza, dell'età stessa era di sapere, riconoscere, comprendere rispetto ai bambini, agli ignoranti, agli sciocchi. Così l'intelligenza era, abbastanza generalmente, temibile nemica dei tiranni. Dal che le censure, il rifiuto di istruire il popolo. Adesso il vantaggio dei tiranni, dei dominanti attuali, è che essi decidono segretamente il cambiamento di pressoché ogni cosa. Ed è un cambiamento molto effettivo: alimentazione, modo di governo, radiazioni, eccetera". Ancora: "Il fatto che le persone parlino male (per molti non parlino più), benché evidentemente gravissimo (ritorno all'animalità, al borborigmo, fine del linguaggio articolato, impoverimento estremista del linguaggio) non è la cosa più grave: la cosa più grave è che non pensano più, di quel mezzo per pensare essendo sprovvisti. Anche in questo caso, le macchine si sono riprese e custodisco le capacità umane (le macchine cioè i proprietari e i loro subordinati programmatori di macchine)".

Che ci sia ben poco da aspettarsi dalle nuove generazioni allevate dallo spettacolo per Debord è chiaro. "Visibilmente lo spettacolo è una macchina per selezionare gli imbecilli, pressoché ovunque (dai giornali all'università, dalla politica all’arte). Più ancora: così gli imbecilli vi diventano esemplari. Tendono a diventare i soli esempi. Dunque lo spettacolo estende le basi dell’imbecillità, dell'ignoranza, dell’incompetenza. Di modo tale che lo scopo finale dello spettacolo è costituire l'organizzazione sociale più elitista che si sia vista da cinque secoli di storia occidentale".

Il pessimismo di Debord trova conferma in varie considerazioni come: "La realtà più profonda è che la popolazione, che in nessun luogo ha più la parola, non sa più parlare". Sempre sullo stesso argomento: "Il linguaggio non esiste, non si conserva e non si sviluppa se non nei libri o nella conversazione. E sono le due cose che sono state proscritte dalla società dello spettacolo sviluppata".

Ci sono inoltre delle note sulla morte, anticipatrici del suicidio. Ne scelgo un paio. La prima. "È ben noto che la vita è assai poco: un piccolo coltello, una sola pallottola di un povero calibro sono sufficienti a porre termine a questo lungo viaggio. Siamo attesi a tutti i tornanti". La seconda. "Solo lo schiavo trova scandaloso morire: è appunto schiavo perché ha rifiutato il rischio di morire, dice Hegel. (Ecco l'origine della sicurezza sociale e di altri controlli del bestiame che è stato umano)". La sprezzante definizione dell’umanità contemporanea scioglie ogni incertezza sul giudizio di Debord e sul destino che le attribuisce. A livello di curiosità si desume da una serie di appunti l'intenzione del situazionista di scrivere un’opera sulla Fronda. Ciò che unifica un volume che raccoglie annotazioni tanto variegate è semplicemente il carattere dell’autore (le sue preferenze e le sue avversioni). Conclusioni del 1986: "Il potere adesso è solo. Nel suo spettacolo vede solo sé stesso e i propri ragionamenti. Nessuno gli può più rispondere".