le voci che corrono

Ernesto Rossi*

> Ernesto Rossi, Nove anni sono molti, lettere dal carcere 1930-'39 , a cura di Mimmo Franzinelli, con una testimonianza di Vittorio Foa, Bollati Boringhieri, Torino 2001

Durante i nove anni trascorsi nelle carceri di Roma, Pallanza e Piacenza Ernesto Rossi scrisse con frequenza settimanale ai familiari; quelle missive oltre a rappresentare il contatto con il mondo esterno costituivano la sola possibiltà di scrittura, essendogli assolutamente proibito prendere appunti di lettura e di studio. Attorno alle lettere si ingaggiò una strenua lotta tra il detenuto, che considerava la corrispondenza una forma di comunicazione privata, e il censore, che spesso cancellò i brani politicamente più significativi. Tale battaglia di principio fu condotta da Rossi con varie forme di protesta (dalle contestazioni alla direzione carceraria allo sciopero della fame) e gli attirò misure repressive quale il regime di "carecere duro" con l'isolamento e l'interruzione dei rapporti epistolari. In questa edizione molte delle parti censurate sono state ricostruite grazie alla collaborazione della Polizia scientifica.

Il ricco materiale del Fondo Ernesto Rossi, depositato presso gli Archivi Storici delle Comunità Europee di Firenze, ha permesso di spiegare o seguire lo sviluppo di questioni affrontate da Ernesto nelle sue missive, e ha reso possibile la decifrazione delle lettere "maliziate", contenenti messaggi in codice su propsiti di evasione o comunicazioni per Gaetano Salvemini e Carlo Rosselli. Utili per comprendere situazione e allusioni che si incontrano nell'epistolario si sono rivelate anche le registrazioni effettuate dalla polizia delle conversazioni quuotidiane di Rossi e dei suoi compagni di reclusione a Regina Coeli (tra i quali Riccardo Bauer, Vittorio Foa, Massimo Mila).

Le lettere si snodano negli anni attraverso una progressiva maturazione. Nei primi mesi si avverte nel detenuto l'ansia dell'autocensura; poi la concentrazione si focalizza sulla possibilità di fuga; nella fase successiva è l'intenso stuidio, privato e collettivo, che si riverbera e talvolta si riversa nell'epistolario. Dalla fine del 1933 Ernesto Rossi iniziò un'opera di scavo in se stesso, accompagnata da una riflessione critica sulle teorie economiche del suo tempo, sul pensiero filosofico, sulla storia nazionle, elaborando vedute personali culminate nella prospettiva del federalismo europeo.

l'editore

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Nove anni sono molti

Ernesto Rossi va sempre più dimostrandosi uno degli intelletti più alti, una delle coscienze più limpide e profetiche della democrazia italiana. Hanno rafforzato quest'immagine la biografia dedicatagli nel 1997 da Giuseppe Fiori e la abbastanza recente comparsa (o ricomparsa) di varie sue opere, da Abolire la miseria a Una spia del regime, da Il manganello e l'aspersorio a Il Sillabo e dopo. A completare, almeno per ora, il ritratto di Rossi contribuisce questo volume che, con il titolo Nove anni sono molti, raccoglie una parte cospicua, circa il 40 per cento, delle sue lettere dal carcere (Bollati Boringhieri, pagg. 890, più 140 di apparato critico, lire 90.000, a cura di Mimmo Franzinelli e con una nota di Vittorio Foa). Una sorpresa? In parte sì, Certamente, una conferma assai ben documentata della vitalità d'un personaggio storico e attuale insieme. A commento delle lettere di Rossi alla madre Elide e alla moglie Ada, Franzinelli ha scritto una prefazione che è un vero saggio critico-biografico. Ne emergono i pensieri e gli affetti dell'economista e patriota antifascista dal 1930 al 1939, nel periodo cioè che egli trascorse nei luoghi di pena, fra Roma, Pallanza, Piacenza e di nuovo Roma, prima di scontare altri tre anni e mezzo di confino nell'isola di Ventotene. I pensieri e gli affetti, dicevamo. Il perché di questa compresenza, nelle lettere, è presto spiegato. A differenza di Antonio Gramsci, Ernesto Rossi non dispose, per quasi tutta la sua detenzione, di altro tramite espressivo che non fosse lo scrivere lettere (un foglio per settimana, inviato, in due messaggi distinti, a Elide e Ada). Soltanto nell'ottobre del '38 gli fu concesso, com'egli invocava, "di tenere in cella un quaderno, il calamaio e la penna (o il lapis)" necessari alla stesura di testi d'altro genere.

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Rispetto all'attività pubblicistica che Rossi eserciterà nel dopoguerra, soprattutto sul Mondo, e nei suoi libri che appariranno da Laterza, tutti vivacemente proiettati sull'attualità politico-economica, sorprende in queste lettere l'insistenza pressoché sistematica dello scrittore nel definire la propria ideologia. Quasi avesse, nell'inoperosità del carcere, agio e tempo per farlo. Ci si trova di fronte un liberale critico. Liberale, si può dire, ancor prima che democratico, in quanto avverso all'"adorazione" e alla "tirannia della maggioranza", un'entità per lui accettabile se e in quanto rispettosa delle minoranze. Rossi non subiva alcun "complesso" nei riguardi sia del marxismo teorico che della sinistra storica di casa nostra (era "a un tempo antifascista e anticomunista", annota Franzinelli). Un connaturato empirismo lo metteva d'accordo con "gli scrittori inglesi di economia, di storia e di politica, più che con gli scrittori di qualsiasi altro paese". Si sentiva, d'altronde, "più europeo che italiano". Legato all'economia classica, amava Luigi Einaudi. In Gaetano Salvemini vedeva un "padre spirituale". In Giustino Fortunato un maestro, oltre che di meridionalismo, di probità intellettuale.

Nello Ajello, http://www.repubblica.it

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Ernesto Rossi, la Resistenza passa dalla civiltà degli affetti

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Condannato a vent’anni di carcere, ridotti a nove con l’amnistia, per aver cospirato contro lo Stato, prendendo parte all’organizzazione di una serie di attentati incendiari che sarebbero dovuti scoppiare contro le intendenze di finanza di sette capoluoghi il 28 ottobre del 1930, nell’anniversario della Marcia su Roma, Rossi, che aveva all’epoca 33 anni, fu liberale e mazziniano, giacobino e federalista, patriota e europeista, agnostico e integralista. Discepolo dello storico socialista Gaetano Salvemini, che gli farà passare l’infatuazione giovanile per Mussolini e il movimento fascista, è un critico della filosofia di Benedetto Croce e degli scrittori idealisti "che risolvendo un concetto in un altro, e tutto avvolgendo nelle brume metafisiche dell’assoluto, ti sguscian sempre fra le dita come anguille in un paniere". E’ un antimetafisico maturato sugli scritti di Francesco Ferrara, il liberista antiborbonico palermitano, e sul Trattato di sociologia di Vilfredo Pareto, e perciò in grado di riconoscere le pseudogiustificazioni logiche (Pareto le chiama "derivazioni") delle aspirazioni umane, e il tentativo di conciliare sul piano dei sentimenti ciò che la logica sembra invece contraddire. Antidealista in quanto positivista, è animato da tale passione per la cultura economica che nel 1934 pensa di poter pubblicare con la Utet, nella Nuova collana di economisti diretta da Giuseppe Bottai, la traduzione del trattato di Philip H. Wicksteed, The Common Sense of Political Economy (1910), da lui iniziata nel carcere romano di Regina Coeli. A tale scopo anzi chiede al ministero di Grazia e giustiza il permesso di scrivere in carcere, senza peraltro ottenerlo.

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Eppure, nonostante tutti questi abusi, fastidi e imposizioni, l’esperienza di Rossi dimostra che in carcere i condannati politici del fascismo ebbero anche modo di riflettere e studiare, di leggere e rileggere Stendhal e Joseph Conrad, Alberto Moravia e Virginia Woolf, di scoprire Céline e Karen Blixen, perché restarono sempre vincolati a un sistema di procedure e formalità che mai conobbe gli stravolgimenti, gli eccessi punitivi, l’orrore bestiale e la disumanizzazione messi in atto, nella Germania hitl-riana o nella Russia stalinista, contro gli oppositori dei due totalitarismi contemporanei al fascismo.

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Ma l’aspetto più inatteso di queste lettere dal carcere è la testimonianza struggente che Ernesto Rossi offre della civiltà degli affetti nell’Italia tra le due guerre, quando le famiglie, ancora indenni dalla dissoluzione freudiana, erano centri propulsori di sentimenti forti, e seminari di libertà. Perché è soprattutto la famiglia, anzi le donne che ne sono i cardini, ad alimentare in Rossi la sua tempra e la capacità di resistenza all’avversità. La moglie, moglie putativa sposata in carcere nel 1931, destinataria di "baci insipidi" per sfuggire all’indiscrezione degli agenti, è Ada Rossi, l’insegnante di matematica dell’Istituto tecnico Vittorio Emanuele II di Bergamo, dove Ernesto, abbandonata l’ambizione di fare l’avvocato e l’Associazione agraria toscana, dopo aver fondato "Italia libera" e lanciato il manifesto "Non mollare", s’era messo a insegnare economia politica e scienza delle finanze. Tenuta a bagnomaria durante la lotta clandestina, reagirà con passione all’idea di lasciarla che Rossi appena entrato in carcere palesa alla madre: "Non voglio che distrugga la sua vita per aver distrutta la mia". E come se nulla fosse, prende a mandargli libri, biancheria, la grammatica inglese che le aveva chiesto, e comincia a impartigli a distanza lezioni di algebra e trigonometria, risolvendo problemi di calcolo e busillis di matematica attuariale.

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La madre, Elide Verardi, è una donna di temperamento, vedova di un ufficiale vanesio dal quale s’era separata a 43 anni, nel 1913, dopo essere stata presa a pistolettate perché colta in flagranza di adulterio con uno studente ventisettenne suo inquilino a Firenze. Madre di sette figli, di cui uno morto in guerra, un altro fuggiasco in Svizzera, due ragazze morte suicide, era una mente ribelle, non conformista, assetata di giustizia e votata a un antifascismo esistenziale, dove il culto risorgimentale dell’eroismo cospirativo – la sera a letto si leggeva le lettere di Maria Mazzini, madre di Giuseppe – traduceva una volontà di riscatto sociale.

Sarà lei a inventare codici segreti per comunicare col figlio detenuto, scrivendo "padrone" per Mussolini, "cane" per poliziotto, "scuola" per tribunale speciale. Sarà lei a tenerlo informato dei fatti del giorno, a foraggiarne l’attività intellettuale commentando i libri che legge e le cose che vede. Sarà per Rossi il terminale delle sue idee, la linfa inesauribile che gli trasmette energia, fingendo di averne, come lei stessa confessa all’altro figlio, in una lettera da militante scritta nel 1933: "Tolta quella meschinissima minoranza che sacrifica tutta la sua vita per riuscire a ottenere che gli uomini siano qualcosa di meglio dei lombrichi o dei maiali, il rimanente dell’umanità vive beato della propria crassa ignoranza, non curandosi che di soddisfare il proprio egoismo, non cercando altro che il suo quieto vivere e sempre pronto a inginocchiarsi davanti all’ultimo ciarlatano che si sa imporre". E il figlio, che dopo anni di galera è un vecchio di quarant’anni, si rivolge a lei come al suo doppio, il suo principio e la sua fine: "Non invecchiare, mammina. Non voler invecchiare", le scrive nel novembre del 1937, toccando uno dei picchi di disperazione carceraria, dopo l’assassinio dei Rosselli. "Io ho più bisogno di te adesso che quando ero bambino. E’ crollato o sta crollando quel che più mi interessava nella vita. I migliori, che conoscevo, se ne sono andati quasi tutti, e son così poco capace di crearmi delle confortanti illusioni… Una delle pochissime cose belle, luminosa per me in tanto squallore, la mia fortuna maggiore sei ancora tu, mia mammina, con la tua bontà e con la tua intelligenza. Come vorrei, mammina adorata, mettere insieme i giorni che ci restano ancora da vivere per prenderne metà per ciascuno. Cosa ci resterei poi a fare in questo mondo senza di te? Non riesco proprio a immaginarlo".

(…), "il foglio", 12 giugno 2001

Ernesto Rossi (Caserta 1897, Roma 1967) fu tra gli animatori di "Giustizia e libertà". Arrestato nel 1930, il Tribunale speciale lo condannò a vent'anni di carcere. Detenuto a Regina Coeli per nove anni, nel 1939 fu mandato al confino nell'isola di Ventotene. Liberato nel '43, si trasferì in Svizzera. Nel 1945 tornò in Italia e partecipò all'esecutivo del Partito d'azione. Nel 1956 fu tra i fondatori del Partito radicale. Dalle pagine de "Il Mondo" e "L'Astrolabio", condusse una strenua battaglia contro i monopoli industriali, la corruzione amministrativa e le ingerenze clericali nello stato, argomenti di cui si occupò in diversi libri. Nella sezione "archivio" della nostra "circolare" (2000) è pubblicata l'introduzione al suo Critica del sindacalismo.

Mimmo Franzinelli (1954), il curatore di Nove anni sono molti, è socio fondatore della Fondazione Rossi-Salvemini di Firenze. Autore e curatore di diversi volumi, ha pubblicato quest'anno, da Mondadori, Delatori. Spie e confidenti anonimi: l'arma segreta del regime fascista.

 

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