
Fabio
Massimo Nicosia
Cine regime
Non è un caso che, da quando è finita la saga dei cinepanettoni, il cinema italiano sia diventato il più penoso del mondo, con la parziale eccezione di Checco Zalone, dato che non riesce a fare ridere più nemmeno con lo sforzo: perché è un cinema totalmente sovvenzionato, perché è un cinema in mano alle camarille dei circolini de sinistra, specialmente romani e romanisti. Io lo dico da molto tempo, come sa chi mi ama e mi segue, non si sa per ottenere esattamente cosa: avete mai visto una satira sull'unione europea? Avete mai visto una satira su Prodi e la devastazione del panorama industriale del pavese? Avete mai visto un film di satira sul lockdown, se non il simpatico, ma timido tentativo di instant-film del Vanzina sopravvissuto? Una volta c'era la commedia all'italiana, che agguantava le palle di ognuno senza riguardi per nessuno, dato che era un cinema che trovava il consenso del pubblico delle sale; oggi si fanno i film in costume per fare "antifassismo militante", a partire dalla scorreggia di Paola Cortellesi, spacciata dalla stampa di regime come "ca-po-la-vo-ro as-so-lu-to" dai tempi di Ladri di biciclette e di Roma città aperta. Cortellesi già colpevole di un infame monologo sul debito pubblico nel film I figli, monologo stilato secondo lo schema Bonino-Fornero, ossia lo schema semicolto ignorante per eccellenza. I film antifassisti in costume sono proseguiti, dato che questi microcefali non hanno nemmeno il coraggio di fare satira direttamente sulla Meloni, e quindi è tutto uno "speriamo che non succeda mai più". Il bubbone è scoppiato in questi giorni, dacché il buon Germano, già bravo interprete delle gesta della banda del Brenta, ha espresso la vocazione autentica del moderno cinematografaro italiano: il posto fisso. Lo Stato deve finanziare i loro film di merda, che nessuno va a vedere, dato che non si ride mai, in guisa tale che il regista diventa un artista pensoso, stante che, slegato dall'obbligo del botteghino, può fare addormentare gli spettatori invece di divertirli. Adesso persino la zia di Calenda fa film da piagnere, nemmeno più solo la madre, mace mia: ma chi cazzo vuoi che vada al cinema a vedere un film della zia di Calenda? Ecco, lo Stato mamma e zia serve a questo, a finanziare l'arte, quindi il cinema. Ma da quando il cinema è arte e non volgare divertimento? Solo a posteriori diventa arte, con il tempo, Totò è diventato arte con il tempo, dopo la morte in particolare, non era arte a priori, a priori era solo burattino e clown, e quindi mai avrebbe potuto fruire del credito fiscale e del credito agevolato. Il cinema deve dismettere la sua pretesa di essere arte, come crede il servitore di due padroni, scarpe grosse e cervello fino, mister Germano, per tornare divertimento per il popolo, unica via per essere riconosciuto arte con il tempo, come è successo al Principe De Curtis e a quei giganti dei fratelli Vanzina, senza i quali nemmeno avremmo avuto una commedia all'italiana degli anni 80 e 90.