
Omar
Wisyam
Lo spettro della speranza
1.
Del noto autore di saggetti sulla società odierna Byung-Chul Han (BCH - d'ora in poi) mi è capitato sotto gli
occhi l'ennesimo libretto, "Contro la società dell'angoscia", edito
da Einaudi nel 2024, ma uscito in Germania l'anno precedente con altro titolo:
"Der Geist der Hoffnung" (Lo spirito
della speranza).
BCH non si è mai risparmiato, nel corso della sua
fortunata carriera, nel distribuire genitivi e privativi alla società di cui è
un "entomologo" riconosciuto. Tra di loro ci sono la
"stanchezza", la "trasparenza", l'essere apparentemente
"senza dolore", l'agonia dell'eros, la "fine dell'agire
comunicativo", la "crisi dell'esperienza narrativa", la "scomparsa
dei riti", "l'espulsione dell'Altro", lo "sciame", la
proliferazione delle "non-cose" (perché "abbiamo smesso di
vivere il reale"), l'essersi trasformata in una "infocrazia"
dove le nostre vite "sono manipolate dalla rete" e infine l'essere
divenuta angosciante.
L'erede sudcoreano della scuola di Francoforte (incoronato
dai giornalisti) dopo gli studi in metallurgia a Seul scoprì ampi e variegati
interessi intellettuali proprio nella patria dell'industria pesante europea,
cioè in Germania.
2.
Nella Circolare della Biblioteca del 2023 Carlo Luigi Lagomarsino (CLL) commentava il volumetto dedicato alle
"non-cose" e tracciava un breve ritratto dell'eclettico autore. Il
meno che si possa dire è che CLL non pareva del tutto convinto dalla prosa
dell'agile saggio del sudcoreano. L'espressione che, secondo me, racchiude il
giudizio del recensore è lapidaria: "aria fritta".
Passino pure gli studi teologici a Friburgo e a Monaco
(... dopo la metallurgia ci possono anche stare), saltiamo i libelli sul
Buddhismo Zen e la "salvezza del Bello" (dopo la teologia ...), ma il
resto è una sfilata rumorosa di citazioni da Sigmund Freud, Jacques Lacan,
Walter Benjamin, Jean Paul Sartre, Carl Schmitt, Hannah
Arendt, Jacques Derrida, René
Girard, Giorgio Agamben, Gilles Deleuze e Félix Guattari, Michel Foucault, Michel Serres, Pierre Bourdieu, Martin Heidegger, Roland Barthes,
Jean Baudrillard e qualche centuria di altri.
Risalta la grancassa di Heidegger,
evidentemente la più adatta a esaltare le non-cose, tra le più intonate a una
entusiastica accoglienza mediatica della sociologia pop. In quarta di copertina
si legge di uno (BCH, è ovvio) che "con perizia disseziona la nostra
epoca" e "affonda la lama del suo pensiero
nella carne del contemporaneo".
L'articolo di CLL si conclude con un curioso richiamo alla
"Digressione" finale del volumetto sulle non-cose, da cui emergono un
juke-box e i dischi della cantante francese Barbara.
Lagomarsino fa bene a indirizzare l'attenzione del lettore verso
quelle pagine, perché in esse risalta quel tratto di pop culture proprio del
libellista.
Un antefatto annuncia la Digressione: una caduta dalla
bici a Berlino, lungo "una via scoscesa", che consente a BCH di
scoprire un vecchio negozio "mezzo abbandonato" - Jukeland -
di juke-box, dove il Nostro decide di acquistarne uno, siglato AM1, di colore
turchese.
"All’epoca dell’acquisto avevo un appartamento
arredato unicamente con un vecchio pianoforte a coda e un tavolo ospedaliero in
metallo. Non c'era nient'altro".
"All’epoca mi esercitavo senza sosta con l’aria delle
Variazioni Goldberg. Un’impresa molto difficile per
una persona che non era mai andata a lezione di pianoforte". L'epoca (come
se si avviasse una storia favolosa, il che peraltro è ...) evocata nei due
brani, è il 2017.
Quello che scrive, e cioè che non c'era nient'altro nel
suo appartamento (si contano le non-cose? doveva essere piuttosto scomodo
viverci ...) e la passione romantica che ci mostra (l'autodidatta volenteroso
che suona senza sosta le Variazioni Goldberg),
sembrano destinati ad adolescenti da sedurre. Pare di leggere una sorta di
soggetto - uno scenario - per un manga.
Proseguendo oltre si scopre che per BCH il juke-box è una
"cosa" e la sua musica è "cosale": una felice ma poco
comprensibile eccezione dentro un mondo di non-cose. Per dimostrarlo confida
nel "Saggio sul juke-box" di Peter Handke, perché confermi la sua
stravagante tesi; ma inutilmente, dato che Lagomarsino
la smonta nello spazio di una parentesi.
Nel manga romantico (l'amore impossibile!) di BCH la
musica del juke-box riporta in vita Barbara, cantante francese, al secolo Monique Serf, morta vent’anni
prima.
"Io avevo sempre voglia di riportare in vita la
cantante francese Barbara, mediante il juke-box. La amo molto. Fino a qualche
anno fa intendevo girare un film su di lei. Cosí mi sono recato con la macchina da presa a Parigi in
occasione del ventesimo anniversario della morte e ho fatto delle riprese
mentre cantavo le sue canzoni per la città, davanti alla sua tomba al cimitero
di Bagneux o sul Pont neuf.
Il juke-box rende Barbara di nuovo presente in corpo. È un medium della
presenza".
Il juke-box AM1 - esibiti i corposi certificati di
garanzia di Handke e Heidegger - diventa il medium di
una resurrezione fumettistica di Barbara. "Auguri" gli inviava Lagomarsino.
3.
BCH, che scrive della speranza, purtroppo suscita in me
un'onda depressiva. Mi conforta che almeno nella prima parte del saggio sia
confermato il rapporto: "la speranza è la negatività inscritta nella
disperazione".
Il sudcoreano tedesco aveva anche scritto che "la
speranza piú intima si risveglia proprio nel cuore
della disperazione assoluta".
Fin qui mi trovo d'accordo. Non quando afferma che
"la speranza, pur essendo una passione, non è un qualcosa di passivo. Al
contrario, ha una sua propria risolutezza. Assomiglia all’impavida talpa della
storia che piena di fiducia scava infinite gallerie nell’oscurità". Non
quando sostiene che che "la speranza non isola.
Essa riconcilia, lega e associa", "genera legame e crea uno spazio
sociale".
La speranza in quanto tale non si realizza in un'azione
che la conduca a termine.
Quando si tratta di trarre degli esempi letterari della
sua concezione della speranza, BCH non poteva non fare ricorso, tra gli altri,
a Kafka. Di nuovo concordo con il saggista quando ribadisce che la speranza "si
risveglia al cospetto della completa disperazione" e che la "parabola
di Kafka, Un messaggio dell’imperatore, porta al linguaggio la negatività della
speranza".
Al contrario non credo sensato sottolineare, al di fuori
del dominio del sogno (dove invece si esplicano tutte le sue prerogative), che
il messaggio dell’imperatore "non arriva mai e proprio questo non-arrivare
mantiene salda la speranza".
BCH rimprovera a E. Bloch (autore di "Principio
speranza") di perdere di vista la speranza assoluta, cioè lo spirito della
speranza, "nel momento in cui sostiene che ogni speranza può essere
delusa, deve addirittura esserlo". "Essa deve esserlo, persino per il
suo stesso onore; altrimenti non si tratterebbe di speranza", dice (a
ragione - secondo me) Bloch.
Verso quale prospettiva temporale si orienti la speranza,
è ovvio: "la temporalità della speranza non è il passato ma il futuro. La
sua modalità di conoscenza non è retrospettiva ma precorritrice". Al
contrario "la filosofia non è precorritrice ma retrospettiva". La
speranza "in quanto passione per ciò che è possibile volge lo sguardo
verso ciò-che-non-è-ancora, verso ciò che non è ancora nato".
"Con Derrida possiamo
distinguere due forme di futuro; nello specifico: il futuro e l’avvenire. Il
futuro riguarda quelle cose che poi, domani, tra un anno, avranno luogo. In
questa forma è prevedibile, pianificabile, calcolabile e quindi è possibile
anche trasformarlo. L’avvenire, invece, riguarda eventi che si presentano pur
essendo completamente inaspettati. L’avvenire si sottrae a ogni calcolo e
pianificazione. Esso apre un campo di possibilità del quale non è concesso
appropriarsi, annuncia l’avvento dell’Altro, venuta che non è
prevedibile".
Ma che la speranza dischiuda "la realtà alle sue
possibilità venture" è vero solo tenendo presente che essa non prevede
nulla, non sa niente di ciò che accadrà. Che dire dell'inane sforzo di
rappresentare la speranza come una forza collettiva che conduce verso un
avvenire ignoto quando l'ignoto avvenire, l'Altro, arriverà comunque?
Giunto alla conclusione del saggetto, BCH ritorna su Heidegger, peraltro citato ovunque (non è l'unico, gli
fanno compagnia Kafka, Celan, Benjamin, Adorno, Arendt, Bloch, Bachmann, Nietzsche, Marcel, Hegel, Havel, Proust, Goethe, Deleuze, Scheler e altri).
"L’angoscia è, in ultima analisi, angoscia per la
morte. Non la nascita ma la morte dis-pone l’opera
del filosofo. Essere focalizzata sulla morte la rende cieca rispetto a
ciò-che-non-è-ancora, al non nato. Il pensiero della speranza non si orienta grazie
alla morte ma grazie alla nascita; non grazie all’essere-nel-mondo ma grazie al
venire-al-mondo. La speranza spera al di là della morte. Non l’anticipazione
della morte, ma l’anticipazione della nascita è l’andatura del pensiero che
spera. Venire-al-mondo, nascere è la formula fondamentale della speranza".
Dato che BCH ci ricorda che Wittgenstein ritiene che gli
animali sperano, posso estrapolare da un tempo remoto un episodio che si adatta
al venire-al-mondo della speranza.
Quando 66 milioni di anni fa, alla fine del Cretaceo, un
asteroide cadde sulla Terra, esso produsse degli sconvolgimenti che causarono
l'estinzione di molte specie animali e soprattutto dei dinosauri che fino a
quel momento avevano dominato il pianeta.
Possiamo immaginare che, al culmine della disperazione,
essi intensamente e collettivamente sperassero che l'ignoto avvenire venisse
alla luce per soccorrerli. E infine l'avvenire si presentò: la vita sul pianeta
non era scomparsa. Si diffusero i mammiferi che presero il posto dei dinosauri.
La speranza dei dinosauri non fu feconda per loro, ma per i topi.